19 nov 2007

Potosí


18/11/2007 - Potosí - 3967 mt

Ancora in completo stato di confusione mi trovo ora a Potosí, una delle cittá piú alte del mondo.
Inizialmente avrei voluto evitare di passare da queste parti, ma per una serie di eventi incontrollabili alla fine sono finito qui.
Potosí fu fondata nel 1546 ed é nota per essere stata la citta mineraria piú ricca del pianeta.
La stragrande maggioranza dell´argento che giungeva in Spagna veniva estratto da queste minere.
In spagnolo esiste ancora un detto, "vale un potosí" (vale una fortuna).
La ricchezza ricavata da questa terra é praticamente incalcolabile.
Gli indios che venivano deportati ai lavori forzati qui a Potosí giungevano da tutto il Sud America.
Il lavoro degli indios, sfruttato da Francisco de Toledo, provocó la morte di migliaia di persone, non solo per le condizioni estreme di lavoro ma anche per l´avvelenamento da mercurio, provocato dal contatto con il metallo delle mani e dei piedi nudi, oltre che dall´inalazione dei suoi vapori tossici.
Le condizioni lavorative al giorno d´oggi sono pressoché immutate. A causa delle precarie condizioni lavorative e della carenza di elementari misure protettive, i minatori hanno una bassissima aspettativa di vita, mediamente solo 40 anni; i decessi sono causati per lo piú da silicosi o per i crolli dei tunnel. Si stima che nei secoli di sfruttamento del lavoro indio siano morti almeno 8 milioni di uomini a causa delle frane.
Come mi spiegava Elisa tempo fa, l´idea di entrare in una di quelle gallerie con un tour organizzato dove i gringos si divertono a scherzare con la dinamite mentre sti poveri minatori ti osservano con un senso di pena, "propio non mi attirava"!
Teoricamente l´ingresso alla mina sarebbe proibito senza un permesso... ma poco mi importava di visitarla, mi bastava osservare l´imponenza del Cerro Ricco, la grande montagna traforata in lungo e in largo, dall´alto al basso, che domina la cittá da lassú.
Ho preso quindi un bus per raggiungere un possibile "mirador" ai piedi del Cerro Ricco.
Tra i tanti minatori che sono saliti a bordo, ho conosciuto Juan, un tizio mezzo boliviano-mezzo brasiliano, che essendo completamente ubriaco, non riusciva a spiegarsi bene in nessuna delle due lingue. Juan mi segue fino in cima e mi propone di seguirlo alle mine, ma io rifiuto.
L´insistenza del minatore alla fine mi mette curiositá e decido di accettare, anche se non sono completamente convinto che Juan abbia le idee tanto chiare.
Compriamo della coca e dell´alcool per fare una offerta al "Tio", la divinitá creata dai minatori stessi per ricevere protezione e fortuna nella ricerca degli innumerevoli minerali preziosi di cui la montagna é ricca.
Arriviamo in cima, dove ha sede la cooperativa dei minatori, e Juan mi presenta a tutti come suo fratello e, nonostante sia piú che evidente che io non sarei mai potuto essere suo "hermano" nemmeno per uno scherzo del destino, lui insiste e nessuno lo contraddice per non alterare il suo stato di ebrietá.
Mi scuso con tutti prima di entrare all´imboccatura del tunnel ma nessuno sembra essere veramente contrariato.
Cosí alla fine, mio malgrado, mi ritrovo ad esplorare il labirinto di cunicoli che entra nella montagna.
Alcuni scendono verso il basso per centinaia si metri, altri si spingono per migliaia attraversando tutto il Cerro Ricco.
Ogni tanto si sentono inquietanti rumori simili a frane, ma Juan mi assicura che sono solo altri minatori che lasciano cadere le pietre dentro a un profondo tunnel che porta alle rotaie... sará, ma a me sto boato mi fa sentire un pó insicuro.
Arriviamo alla cripta di "Tio" dove Juan si scola parte della bottiglia di alccol che mi ha fatto comprare per l´offerta e gliene versa qualche goccia sugli stivali.
Juan mi spiega che generalmente si lavora dalle 10 alle 14 ore lá dentro, qualcuno si fa pure 24 ore senza mai smettere, facendo a turno con i suoi compagni.
Arriviamo al termine di un tunnel dove conosco Pablo, un tizio dalla pelle scura con la faccia deformata dall´immenso bolo di coca che si sta masticando. In quel punto c´é una vena d´argento recentemente scoperta e lui si batte con tutte le sue forze per demolire la roccia delle pareti che mi danno l´impressione non resisteranno ancora per molto tempo.
Dopo aver scambiato una breve conversazione con Pablo, gli regalo quello che mi resta delle foglie di coca e gli auguro di tutto cuore "mucha, mucha, mucha suerte".
Mi vergogno un pó a stare lí a guardarlo, neanche fosse un´attrattiva turistica, e glielo commento, ma lui mi dice di non preoccuparmi... per alcuni non esiste la possibilitá di sciegliersi la professione, se nasci da queste parti senza un soldo in tasca quella é l´unica possibilitá ammessa per sopravvivere... ad ogni modo né Pablo né Juan si lamentano tanto del loro lavoro, nonostante Juan mi assicuri che la media annuale di morti sul lavoro nelle miniere di Potosí sia di 148 persone... non so come possa avere dati tanto precisi alla mano, soprattutto considerando la sua mancanza completa di luciditá, ma gli dico che gli credo.
Usciamo dal tunnel e ci salutiamo, ringrazio Juan di avermi concesso l´opportunitá di conoscere questa realtá ma lui ringrazia me per averlo seguito all´interno dei cunicoli.
Fuori piove e dalla montagna scorrono torrenti di fango rosso, mescolato a ogni tipo di rifiuto e di polvere di metallo prezioso.
Prima di salire sul bus giá colmo di minatori che fanno ritorno in cittá osservo per l´ultima volta il "Cerro Ricco", una imponente montagna che ha decisamente segnato la storia di Potosí, della Bolivia e del mondo intero.

"LE ROTAIE DELLA MORTE"

Con milioni di km quadrati d`ombra in tutta l`Amazzonia, Santo Ribeira morì nel modo più idiota: si addormentò sotto un Hippomane, una delle poche piante al mondo capaci di ammazzare un uomo. La luce filtrata dalle foglie si scompone in raggi che colpiscono le cellule facendole impazzire. santo Ribeira fu trovato morto, gonfio all`inverosimile; se n`era andato inmeno di un`ora. Ad ogni modo quest`uomo era stato condannato a morte da una ferrovia che gli aveva segnato la vita... una ferrovia cheancora prima di essere creata aveva già cominciato a mietere vittime.
Le prime furono i fratelli Labr, che facevano i cappellai a Manaus. Vennero a sapere per caso, nel 1869, che nel cuore dell`Amazzonia, lungo il Rio Madeira, si cercavano uomini per la costruzione della "estrada de ferro". Stanchi del loro mestiere e della bruta aria che tirava a Manaus per gli sporchi affari del cauciù, accettarono la sfida.
Risalirono in canoa il fiume in compagnia di uno starno giovane, Santo Ribeira.
Una notte i 3 si addormentarono lungo la riva del fiume.
santo non si accorse di nulla ma al suo risveglio trovò 2 cadaveri decapitati. I Labra si erano addormenati con i loro coltelli ben in vista sulla cintura, il ragazzo con il fucile in mano.
Gli indios lo risparmiarono solo perchè non avevano mai visto prima un`arma da fuoco.
Molti anni più tardi Ribeira avrebbe visto, appesa alla capanna di una famiglia "shuar", una testa ridotta a pocopiù di una mela e vi avrebbe riconosciuto uno dei fratelli Labra.
Quando il ragzzo giunse a santo Antonio, la società "Madeira-Mamorè Railway" aveva da poco ottenuto la concessione per la costruzione di 364 km di rotaie lungo il corso dei due fiumi.
Santo Ribeira, che non era uno stupido, capì immediatamente che quella ferrovia non sarebbe mai stata copletata.
Lui era stato assunto soloperchè aveva tutti i denti ed era uno dei pochi a conoscere bene la zona del Madeira.
Lui aveva accettato solo per dare una lezione a Don Mario Alvarez, un boliviano che aveva costruito un impero nell`Acre e con il quale aveva un conto in sospeso da tempo per una vecchia offesa ricevuta per strada, che Alvarez nemmeno ricordava più, ma che Santo, al contrario, aveva ben impresso nella sua memoria e che ora era diventata la ragione della sua vendetta.
Alvarez, già allora ricco sfondato, aveva investito quasi tutto il suopatrimonio in azioni della "Public Work Construction", la compagnia a cui eran stati appaltati i lavori della ferrovia.
Per ribeira fu un gioco da ragazzi fomentare una rivolta nel cantiere, sempre restando nell`ombra.
nel 1873 il cantiere fu abbandonato senza che fosse stata posata neppure una rotaia.
Le azioni della "Public Work Construction" crollarono e Alvarez ci rimise le penne.
Cinque anni più tardi intervvennero gli ingegneri americani, convinti di essere gli unici al mondo capaci di voncere contro la natura.
Entrarono così in scena i fratelli Collins e santo Ribeira si aggregò a loro come caposquadra.
Il primo carico, costituito da 500 tonnellate di binari, 200 tonnellate di materiale vario e 80 uomini, giunse a bordo del Metropolis, una vecchia carretta inadatta a navigare nelle acque insidiose del Madeira, e finì così sul fondo del fiume.
Un bell`inizio al quale seguirono incidenti a catena, in parte provocati volutamente dal giovane Ribeira, in parte provocati dalla cocciutaggine degli americani.
Rifiutarono gli indios perchè selvaggi e i brasiliani perchè pelandroni. Si affiddarono allora a operai italiani e indù che alle prime difficoltà presero la via della foresta, ma dalla parte sbagliata, finendo così ancora più internamente nel labirinto verde, verso un destino impossibile da conoscere. Indios, malattie, animali feroci, fame... c`era solo da scegliere come morire. I primi 6 km di rotaie restarono fermi per parecchi anni ad aspettare, e alla fine neppure gli americani ce la fecero.
Thomas Collins inviò un disperato messaggio verso gli USA: "Impossibile proseguire - Provvedere immediatamente". A cui seguì una immediata risposta: "Abbandonare tutto!!!"... con il conseguente fallimento della società.
La signora Collins impazzì e fu ricoverata in una clinica per malattie mentali dalla quale non sarebbe mai più uscita.

Con questo bagaglio di maledizioni e sfortune nel 1903 l`impresa entrò nel trattato di Petropolis fra brasile e Bolivia: il territorio tra la riva nord del rio Abunâ e quello ovest del rio Madeira venne ceduto al Brasile in cambio della costruzione della linea santo Antonio e Gaujarà-Mirim.
In questo modo la Bolivia avrebbe avuto finalmente un passaggio che dalla rete fluviale l`avrebbe collegata all`Atlantico. La costruzione della Madeira-mamorè, già ribattezzata "Mad Madeira", era ormai diventata un obbligo politico..
Ancora una voltail futuro della ferrovia fu affidato ad un americano, il sig. Farquhar, che rilevò l`appalto dei lavori.
Ribeira, ovviamente, funominato caposquadra. Iniziarono i lavori e il 1908 fu conosciuto come l`anno dello sterminio: la baracca di legno che faceva da ospedale presto non bastò più a contenere tutti i malati. Se ne aggiunsero in breve tempo altre 4, usando le traversine dei binari per la loro costruzione. In un solo giorno furono ricoverati 25 uomini di nazionalità diverse con 39 tipi di malattie. Scoppiò l`ennesima ribellione: i pochi ancora in salute fuggirono, chi verso Porto Velho, dove li aspettavano gli agenti armati della compagnia, chi verso la foresta, dove li aspettavano le frecce degli indios, chi verso manaus con mezzi di fortuna. Iniziò così una nuova campagna di reclutamento che prometteva paghe triple.
Per la società i costi crebbero a dismisura. in un soo anno la spesa triplicò, ma Farquhar era ostinato e sulla "Mad Madeira" aveva ormai giocato il suo avvenire. Decise di proseguire a qualunque prezzo. Nel 1909 vennero posati nella giungla i primi 50 km di binari fra incredibili difficoltà. Tra i lavoratori il sesso era divenatta un`idea fissa: chi cercava di soddisfarlo nell`unica casa di tolleranza di santo Antonio se ne tornava, di norma, con una malattia in più tanto che i dirigenti decisero unbel giorno di proibire l`ingresso al bordello facendolo presidiare da uomini armati.
i piu si rifugiavano nel whisky oppure cercavano disperatamente di estrarre droghe dalle piante della foresta.
Nel 1910 venne inauguarat la stazione di jaci-Paranà, al chilometro 90.
Farquhar e i suoi in qualche modo ce l`avevano fatta!
Restavano però ancora 274 km da coprire in zone impervie.
Tra il 1910 e il 1912 vennero posati km su km di binari, gettando ponti precari e non badando troppo alla natura del terreno... l`importante era arrivare!
Verso la metà del 1912 gli operai posero l`ultima traversina: la Madeira-Mamorè poteva dirsi completata! La foresta era stata sconfitta.
Questo almeno credevano loro. La foresta in realtà si rimangiò tutto. Tra enormi difficoltà la linea dovette essere difesa dall`aggressione dell verde e del terreno. Farquhar non riuscì mai a rifarsi delle spese e fallì come era destino. Si scoprì da lì a poco che la ferrovia non serviva a niente e a nessuno, visto che nel frattempo la Bolivia aveva trovato altre strade per i suoi commerci e il mercato del cauchù brasiliano stava per collassare. La madeira- Mamorè finì per collegare il nulla al nulla.
La foresta si era ripresa tutto ciò che gli uomini avevano cercato di imporle: binari, stazioni, locomotive e incluso le vite.
Mai si saprà in quanti morirono per la "Mad Madeira", ma le cifre ufficiose parlano di 6200 vittime. la leggenda vuole che siano molte di più, un cadavere per ogni traversina.
La foresta ne risparmiò soltanto uno, affinchè potesse raccontare, ma poi alla fine chiuse il conto anche con lui.

18 nov 2007

Foto dal Sud America

Foto tutte nuove:

http://www.flickr.com/photos/14744037@N07

mapa de Bolivia




Il popolo andino

















17/11/2007 - La Paz ( Bolivia ) - 3662 mt

Difficile da spiegare questa sensazione....Ho lasciato il Brasile, una terra di cui mi sono innamorato ma dove ho sentito anche forti attriti, al limite tra forte attrazione e una certa repulsione!Nel momento in cui ho lasciato le estese terre paludose del Mato Grosso per varcare il confine della Bolivia mi sono sentito subito a casa, come se entrassi in una terra che conosco da tempo e che mi è amica e vicina... si, dev`essere l`atmosfera del popolo andino!
Queste minuscole persone che si muovono tutte di fretta con i loro grossi cappelli e le loro lunghe trecce legate sulla schiena... scendendo dalle montagne, portando al pascolo le loro greggi o caricando larghe tovaglie piene di patate e cipolle.
Un popolo pieno di umiltà e sempre con il sorriso in bocca.
Vivono sulle pendici delle montagne dove coltivano qualche povero ortaggio, lavorano tutto il giorno masticando a lungo un grosso bolo di coca, trascorrono le notti alla luce di un fuoco che serve anche a scaldarli dalle gelide notti.... questo è il popolo andino!
Da Santa Cruz mi sono diretto verso Cochabamba, attraversando una interminabile strada che risaliva le Ande orientali ricoperte dalla selva... un labirinto insidioso di giungla e banchi di nebbia...il luogo stesso dove è terminata l`avventura ed è iniziata la leggenda di un certo Ernesto Guevara. Propio laggiù è stato catturato, dopo mesi di inseguimenti senza esito, ma alla fine quelle montagne tanto inacessibili sono diventate la sua trappola mortale.
Quest`anno è, guardacaso, anche l`anniversario della sua morte... durante il viaggio ho conosciuto due antropologi peruviani che, parlando della storia del Che, mi hanno generosamente fatto dono di una t-shirt che rappresenta con orgoglio il suo volto.
I due amici mi hanno anche fatto dono delle loro conoscenze in campo storico per quanto riguarda alcuni misteri degli Inca, dello strano intreccio di cunicoli che giace sotto la fortezza di Saqsahuaman, che secondo alcuni possono portare fino alla porta de "El Dorado", e della scoperta di una nuova e sorprendente Machu Picchu, ancora più grande e affascinante di quella già popolare, e .... sapete che i misteri e le leggende mi intrigano!!!
Il paesaggio attraverso il finestrino del bus è mutato, passando da una fitta selva fino alle Ande più brulle. A Cochabamba ho fatto visita a un grazioso ecovillaggio dove ho avuto modo di conoscere Enrique, con cui ho trascorso l`intera notte di fronte al fuoco parlando della possibilità di poter andare a dare lezioni di Permacultura ai futuri studenti della sua comunità. Poi è stata la volta del Lago Titicaka. Nonostante ci fossi già stato, sentivo la necessità di tornare a visitare quel meraviglioso e gigantesco lago, dalle gelide acque, che giace a 4000 mt d`altezza, circondato dall Cordillera Real, con i suoi picchi perennemente innevati.
Che splendore!!!
Ho fatto un salto sulla "Isla del Sol", dove la leggenda vuole sia nato Inti, il mitico Dio inca del sole. Dall`isola si gode di uno dei tramonti più belli che questo pianeta possa conoscere e la notte e come stare dentro una caverna tapezzata di diamanti che luccicano, un mare di stelle brillanti a 360 gradi... Wohhhh !!! Sapevo che questa volta non potevo mancare alla visita del tempio del sole, dove ho fatto un piccolo rito con l`aiuto del S. Pedro per potermi avvicinare a Inti.
Questa volta il dio di turno mi ha ascoltato e ha subito soddisfatto le mie richieste.... addirittura in tempo record! Ci voleva propio! Ho quindi lasciato la bellissima isola al centro del lago per raggiungere La Paz, la capitale della Bolivia. Come confermavi tu Toddy e`una città che va assolutamente vista: migliaia di casupole di mattoni rossi che si arrampicano su per i piedi dei monti che circondano questa vasta vallata su cui è sorta la caotica metropoli.
Da qui è iniziata la totale confusione, per una svariata rassegna di ragioni che non vi sto ora a spiegare... sta di fatto che il viaggio è proseguito senza un vero piano... diciamo che mi sono abbandonato al corso degli eventi.
Ho preso il primo microbus che mi portava fuori città e dopo 3 ore mi sono ritrovato a Coroico, un grazioso paesino raggiunto da una lunga strada tristemente conosciuta con il nome di "carretera de la muerte" oppure come "la carretera màs peligrosa del mundo"... che fantasia sti boliviani!!!
In realtà ne ho conosciute e sperimentate di più brutte di strade, come ad esempio in Perù o in Ecuador, ad ogni modo la mala fama di questo cammino è dovuta soprattutto al fatto che spesso era percorso di notte da camionisti o autisti di bus ubriachi che distratti o mezzi addormentati finivano nel fondo del burrone a lato dell`unica corsia percorribile.
Il vecchio percorso che porta a Coroico ha infatti la più alta statistica di morte accidentale su strada, lo testimoniano tutte le croci di legno che perimetrano il sentiero.
La strada attraversa le montagne di giungla passando sotto piccole cascate che rendono ancora più complicato il cammino.
Oggi, per il bene di tutti, è stata costruita una nuova strada che giunge fino a Coroico, anche se è geologicamente più instabile e ben presto franerà completamente come dimostrano le crepe sui costoni di roccia che sormontano questo "gioiello" architettonico.
Chi vuole può comunque tentare il passo attraverso il vecchio cammino, come ho fatto io con l'ausilio di una vecchia jeep guidata da Felix, un taxista di Coroico.
Al termine della gitarella mi ha lasciato al bivio di una strada che si addentra nell`Amazonia boliviana... era già notte ed ho aspettato che fosse il caso a decidere la direzione da prendere: La Paz o Rurenabaque?
Il primo mezzo a passare per lo svincolo è stato un vecchio camion volvo che caricava qualche campesino di ritorno dalla capitale, mi sono così caricato a bordo ed ho proseguito il viaggio all`interno del cassone posteriore del camion in direzione Rurenabaque, osservando una splendida luna nascosta dietro alle sagome della foresta, sdraiato su scomodissimi sacchi di patate... in realtà questa cittadina amazzonica non l`ho mai raggiunta, perchè avvolto ancora una volta dalla confusione e dalla stanchezza degli innumerevoli cambi di mezzo, ci ho ripensato.... sta di fatto che ora mi ritrovo nuovamente nella capitale, di nuovo in marcia verso sud!

7 nov 2007

TRACCE DI El Dorado NEL MATO GROSSO

Percy Harrison Fawcett é il maggior paradigma dell´esploratore-avventuriero del XX secolo. Le sue spedizioni, le sue fotografie e filmati, il suo diario di viaggio e la sua stessa figura, ispirarono scrittori come Conan Doyle e registi come Steven Spielberg, il cui Indiana Jones non é né piú né meno che quel coraggioso colonnello inglese.Fawcett era un officiale ritirato dall´esercito britannico. Antico lottatore dell´India, instancabile esploratore dei confini boliviani e brasiliani, esperto nell´attraversare foreste, montagne e paludi... in piú fondatore della Royal Geographical Society di Londra.Alcuni anni prima di ritirarsi dal suo servizio attivo, il colonnello Fawcett giá conviveva con un´ossessione: trovare la "ciudad perdida" o quelle rovine che tutti conoscevano come "El Dorado".Quella cittá, in cui perfino le strade erano tapezzate d´oro, si trovava, secondo il colonnello, nelle profonditá della Sierra Roncador, ad est di Cuiabá, la capitale del Mato Grosso, un luogo in cui nessuna spedizione era prima arrivata.Per Fawcett "Z", come denominava la "ciudad perdida", era qualcosa di piú che un territorio dorato... era la culla in cui aveva regnato una societá molto avanzata.La sua ossessione per "Z"era cominciata il giorno in cui aveva avuto modo di accederea un manoscritto trovato nella Biblioteca Nazionale di Rio de Janeiro. Il suo autore era il sacerdote J. de la Barbosa, che nel documento raccontava in dettagliola spedizionecapitanata da Francisco Raposo nel 1743. Secondo il clerico, Raposoaveva incontrato una cittá in rovina in pieno Mato Grosso.Il documento raccontava che Raposopartí con 18 coloni e che, dopoun enorme quantitá di disavventure, giunsero a delle montagne dentellate. Dopo averle superate incontrarono una pianura e al fondo una foreste vergine. raboso invió un gruppo di indios a esplorare lazonae al loro ritorno questi raccontarono di aver incontrato le rovine di un´antica cittá abbandonata.Il giorno seguente tutta la spedizione entró nella cittá. La prima cosa che notarono fu un´enorme struttura di 3 archi a zig-zag del tutto similea quelladi Sacsaihuaman (in Perú).Trovarono anche una moneta d´oro che testimoniava la presenza di una civiltá evoluta.A partire da quel momento il colonnello Fawcett dedicó ogni giorno della sua esistenza a preparare la spedizione. Cosí il 25 febbraio del 1925, Percy Harrison Fawcett, suo figlio Jack e Raleigh Rimel, un amico del ragazzo, partirono da rio in cerca della mitica cittá.Nessuno ignorava i pericoli e gli ostacoli che avrebbero dovuto affrontare, ma la convinzione era piú forte, tanto che nell´ultima lettera che Fawcett spedí a sua moglie da un recondito luogo chiamato "Puerto del Caballo Muerto", l´esploratore chiede di non organizzare nessuna spedizione di salvataggio,sarebbe stato troppo rischioso, visto che se loro non fossero riusciti nell´impresa nessunaltro sarebbe risucito a farlo....ma la spedizione era necessaria per svelare al mondo l´enigma dell´Antico Sud America e, forse, del mondo intero, l´enigma di una cittá di cui il colonnello era perfettamente certo che eistesse.Nessuno dei 3 fece mai piú ritorno!La ricostruzione del viaggio che alcuni investigatori riuscirono a faree spiega che da Cuiabá, gli uomini raggiunsero una regione abitata dagli indios Bacairís.Condotta dai Bacairís, la spedizione giunse al fiume Coliseu, dove incontrarono il villaggio dei Nafuquá, che la condussero fino agli indios Kalapato. Qui si sono perse le notizie della spedizione.Nel 1927, ossia 2 anni piú tardi che si erano dati ufficialmente per dispersi il colonnello e i suoi, Roger Courteville, un ingegnere francese, assicuró alla stampa peruana che aveva incontrato Fawcett in Minas Gerais (Brasile). L´anno seguente l´agenzia notiziaria N.A.N.A. invió il colonnello George Dyott per investigare la sorte della spedizione scomparsa. Come Fawcett, Dyott giunse al villaggio dei Nafuquá e il capo tribú mostró al colonnello un bagaglio metallico che doveva appartenere alla spedizione.Dyott fece ritornosenzanuove prove ma una nuovaversione si diffuse tra la stampa: Fawcette i suoi uomini vivevano con una tribú di indios selvaggi che li consideravano come idoli, reganvano come sovrani e, ovviamente, erano vivi. Il mistero si ingigantiva con ilpassare del tempo e ogni volta che appariva qualcuno che pretendeva svelarlo. Parallelamente un´altra ipotesi nasceva:il colonnello aveva incontrato effettivamente la mitica cittá e lí si trovava senza poter far ritorno.Due anno piú tardi, uno svizzero di nome Stefan Rattin fece ritorno dal Mato Grosso con la notizia che il colonnello era stato fatto prigioniero da una tribú a nord del rio Bombin. Lo svizzero assicuró che il 16 di ottobre del 1931 fu circondato da un gruppo di indigeni che lo portarono al villaggio dove vivevano. Lí,raccontó rattin, si incontró con un anziano dallabarba e dai capelli lunghi e bianchi che sembravamolto triste. L´anziano gli si avvicinó e in perfetto inglese gli chiese di chiedere aiuto al consolato inglese di Sao Paulo, poiché era prigioniero della tribú.Lo svizzero fece una dichiarazione ufficiale davanti al console generale britannico di Rio de janeiro e successivamente ritornó a cercare il colonnello per propio conto. Non fece mai piú ritorno dalla foresta, ma si sa che passó per il rancho di Hermenegildo Galván. Galván confermó la presenza di rattin nella sua propietá.L´anno seguente la storia era destinata a fare un salto decisivo.Effettivamente nel 1933 partí una nuova spedizione sulle tracce di Fawcett ed i suoi uomini, i nuovi esploratori arrivarono nuovamente al villaggio Nafaquá e lí raccolsero la testimonianza di una india che confermó la presenza durante molti anni di uomini bianchi nella tribú degli Aruvudus.Erano 3! Il vecchio era il capo della tribú e il figlio si era sposato con la figlia di un´altro capo chiamato Jernata. La coppia eveva un figlio piccolo di occhi azzurri e capelli biondi. I 3 erano molto apprezzati all´interno della tribú. Quando gli esploratori vollero sapere perché i 3 non erano fuggiti la india rispose che avevano finito le munizioni delle loro pistole e che si ritrovavano circondati da feroci tribú indigene. Alla fine, alcuni anni dopo, una nuova spedizione penetró nel Brasile Centrale per chiarire definitivamente il mistero. Gli uomini della spedizione vissero 5 anni assieme ai Kalapalo, guadagnandosi la loro fiducia. Gli indios decisero di mostrare il luogo in cui avevano seppellito gli inglesi da loro stessi assassinati.Gli esploratori inviarono le ossa a Londra affinché fossero analizzate.Poche settimane dopo, senza essere state oggetto di minuziosi esami, le ossa tornarono in Brasile con una breve nota che assicurava che quelle non apartenevano al colonnello Fawcett né a nessuno dei suoi uomini. Il mistero non fu mai risolto!Cosí, secoli dopo che il primo spagnolo era stato colto dalla febbre della cittá d´oro.... El Dorado ancora non appariva!