15 giu 2007

Verso sud










14/06/2007 - Isla de Bastimento (Bocas del Toro) - Panama - 8 mt

Sono da pochissimo entrato a Panama, l'ultimo stato dell'America Centrale, il punto piu' stretto di tutto il continente americano.
Dal Pacifico del Costa Rica sono balzato nuovamente ai Caraibi, questa volta su un arcipelago di isolotti che nel complesso formano Bocas del Toro. Mi trovo esattamente a Bastimento, una delle isole piu' tranquille, piu' distanti e piu' autentiche di tutto il suo arcipelago.
Il paesino di pescatori occupa un centinaio di case costruite su palafitte lungo un'unica stradina che l'attraversa interamente; dove termina inizia il sentiero che ti porta dall'altro lato dell'isola attraversando basse colline ricoperte da palme e banani da cui spunta ogni tanto un capanno, individuabile specialmente dal reggae pompato da enormi casse. Prendendo il sentiero e' possibile raggiungere Wizard Beach o Red Frog Beach, due bellissime spiagge incontaminate e poco frequentate.

Qui ho incontrato un sacco di viaggiatori, intendo veri viaggiatori. C'e' Diego, un argentino che ha deciso di lasciare la sua professione di avvocato per dare un giro dell'America Latina; lui mi ha dato buoni consigli per i prossimi mesi. A Bocas del Drago ho poi conosciuto Alejandra, un'altra argentina, una "parchera" che manca da casa da alcuni anni e si e' messa a lavorare con l'artigianato di strada.
Con lei ho scambiato un po' del mio henne' marocchino per alcuni suoi braccialetti.
Poi c'e' Rene'... che tipo! E' apparentemente un tedesco, anche se non lo sembra.. un tipo molto semplice, tranquillo, socievole e molto gentile. Due anni e mezzo fa esce di casa con lo zaino in spalle, saluta sua madre dicendo che va a farsi un giro e da quel momento non e' piu' tornato.
Comincia a scendere l'Europa in autostop, ma nei primi momenti non e' cosi' facile. Attraversando il continente visita nel frattempo i suoi amici.
Giunge in Spagna e da li' attraversa lo stretto di Gibilterra e giunge in Marocco. In Marocco incontra un californiano con simili idee e assieme arrivano alla Mauritania e in seguito in Senegal scroccando passaggi. In Senegal Rene' si imbarca su una barca privata che fa un giro per l'Atlantico toccando Capo Verde, Martinica e cosi' via fino a giungere all'isola S.ta Margarita in Venezuela. Li' si ferma a lavorare per un po'. Trova un'altra barca che lo porta a Panama. Vuole raggiungere il Messico ma trova una barca che lo porta in Colombia, a lui va bene comunque. La Colombia gli piace tanto e si perde un po' per le sue citta', poi torna a Cartagena e si rimbarca per Panama... e' finalmente deciso ad andare in Messico, sale un po' per il Centro America ma in Costa Rica trova un capitano che gli promette di portarlo nello Yucatan ma finisce poi per fare una deviazione a Cuba, e li' si perde per altri due mesi. Finalmente giunge in Messico, dove si incontra con un suo amico appena tornato dal Giappone durante una celebre festa popolare. Dopo il Messico torna a scendere a Panama ed ora e' in attesa di trovare una barca per l'Australia dove si fermera' a lavorare un anno. Teoricamente l'ha gia' trovata, si trova qui di fronte a noi, ma il suo propietario, un sudafricano non atterrera' a Panama prima di domenica... tanto il tempo a lui non manca.


Anch'io ho cercato tra gli annunci di queste barche a vela che si spostano da un mare all'altro e sembra che nella bacheca abbia trovato qualcosa di interessante: si tratta della barca di Roberto, un fiorentino che ora si muove in queste calde acque caraibiche. Sabato la sua barca salpa dal porto di Colon, alla bocca del Canale di Panama, dal lato dell'Atlantico. Pagandogli il passaggio raggiungero' fra un 6-7 giorni Cartagena, in Colombia, visitando prima le incredibili isole di San Blas, abitate dalla comunita' indigena dei Kuna. Perfetto propio quello che cercavo!
In questo modo evito di attravesare via terra o via aerea il confine.
Panama e Colombia sono infatti divise dalla fitta foresta del Darien, una zona quasi inesplorata e visitata soprattutto dai guerriglieri della FARC. Attreversarla e' impensabile. La Transamericana finisce infatti a Yaviza, a pochi chilometri dalla selva, per ricomparire poi in Colombia come la ben nota Panamericana. Negli ultimi decenni i due paesi confinanti hanno tentato di unire queste due grandi vie ma ogni tentativo e' stato vano... dopo pochi mesi di lavori la vegetazione si e' rimangiata in brevissimo tempo tutta la strada. Il governo di Panama successivamente ha deciso di abbandonare ogni progetto, sopratutto per evitare di facilitare la vita ai narcotrafficanti e per impedire l'afflusso dei ben noti problemi colombiani.

Ma Panama e' nota per un'altra importante via di comunicazione: il suo canale, da cui passano centinaia di migliaia di tonnellate di conteiners destinati a raggiungere tutto il mondo.
Il canale attraversa il continente lungo 80 km. Circa 14.000 navi attraversano questo corso d'acqua ogni anno.
La sua storia e' interessante e molto intricata.
La prima idea di un possibile canale da realizzarsi da queste parti e' nata al re di Spagna Carlo V nel 1524, quando il sovrano ha ordinato uno studio geologico di queste terre. Ma a quei tempi sarebbe stato irrealizzabile.
Nel 1878 il governo colombiano, a cui Panama apparteneva, concorda un contratto con Lucien NB Wyse. Questo vende la concessione al diplomatico francese Ferdinand de Lesseps, lo stesso contraente per la costruzione del canale di Suez. I lavori cominciano nel 1881 ma ben presto ci si rende conto che esistono problemi inaspettati. La febbre gialla e la malaria uccisero infatti piu' di 22.000 lavoratori. Il lavoro insostenibile e i debiti che la compagnia comincia a soffrire la mandano in banca rotta. Uno degli ingegneri di Lesseps forma una nuova compagnia per portare a termine i lavori ma anche gli USA sono interessati alla costruzione di un canale in Centro America, possibilmente in Nicaragua. Il francese, incapace di portare a termine i lavori decide di vendere la concessione agli USA. Nel 1903 l'americano Bunau Varilla chiede il permesso al governo colombiano che pero' lo rifiuta.
Nel frattempo Panama rivendica la sua indipendenza dal governo colombiano e gli USA la appoggiano chiedendo in cambio la concessione per il canale. Il 3 novembre del 1903 Panama dichiare la sua indipendenza, immediatamente la Colombia invia le sue truppe ma intervengono grandi navi da guerra americane che fanno cagare sotto i colombiani i quali ripiegano verso casa.
Il 18 novembre, prima che la delegazione panamense giunga a Washington, Bunau Varilla firma un contratto con il segretario di stato americano che concede agli USA la supremazia sul controllo del canale e il diritto di intervenire sugli affari politici di Panama, nonche' di utilizzare una grande potenza militare nelle acque limitrofe. Il contratto viene ratificato nonostante le proteste di Panama. Nel 1904 ricominciano i lavori sullo stretto e i 75.000 lavoratori impiegati alla realizzazione del canale ci impiegano 10 anni a terminare il grande progetto.
La prima imbarcazione che attraverso' il canale lo fece nel agosto del 1914.
Gli States sono intervenuti pio' volte negli affari politici di Panama. Il contrtatto poi e' stato sostituito con un secondo che ha ridotto il controllo americano su questo prospero progetto di grande architettura. Il canale e' rimasto tema di disputa per molti anni tra Panama e Stati Uniti ma ancora oggi, nonostate gli USA abbiano liberato le basi militari in Panama, il passaggio di migliaia di imbarcazioni di tutto il mondo e' sotto l'influenza del controllo americano.
Le navi pagano il passaggio attraverso lo stretto in base alla loro stazza.
La somma piu' alta che e' stata pagata fu di 200.000 $ nel 2001 dalla francese Infinity con un peso di 90.000 tonnellate, la somma piu' bassa fu pagata da Richard Halliburton che nel 1928 pago' 0,36 $ attraversando il canale a nuoto.

14 giu 2007

Arrivano le piogge!















10/06/2007 - Puerto Jimenez (Costa Rica) - 12 mt

Forte o lieve, improvvisa e con grandi acquazzoni o leggera ma costante, a raffiche battenti o sotto forma di nebbiolina... ad ogni modo e' giunta la stagione delle piogge!
Tutto ora e' piu' difficile, i torrenti si trasformano in fiumi in piena, le strade vengono invase dalle acque e i mezzi sprofondano nei fanghi e nei pantani ritardando l'arrivo a qualsiasi meta...
tardando nel scendere prima o poi dovevo pur beccarmela!

Ma andiamo con ordine.
Ero rimasto all'isola del Cocco, a quell'incanto di isola sperduta nel Pacifico.
Lo so.. era un po' che non scrivevo... ma il fatto e' che sono stato "nominato", e cosi' mi hanno abbandonato nella sperduta baia di Chatam, dall'altra parte dell'isola, in una casetta di legno a pochi metri dalla spiaggia.
Mi hanno relegato laggiu' aspettando che qualcuno prendesse il mio posto, e nel frattempo mi e' cresciuta la barba trasformandomi un po' in CastAway.
Alla baia mi e' stato assegnato un compagno, il guardiaparchi Howlet, il quale mi ha subito spiegato che a Chatam vige una regola severa: "En Chatam el dia se hizo para descansar y la noche para dormir!" (... il giorno e' stato fatto per riposare e la notte per dormire).
In pratica una vacanza nella vacanza. Ti alzi a che ora vuoi, ti fai da mangiare, dai una spazzata alle foglie cadute la notte precedente e gia' hai esaurito le mansioni diarie.
Qualche volta, sdraiato sull'amaca appesa a dua palme, alzi il binocolo per dare un'occhiata alla costa, giusto per vedere se qualche barca e' arrivato nelle 2 ultime ore.
Certe volte scende alla spiaggia il propietario di un catamarano per sgranchirsi un po' le gambe e per scambiare 4 chiacchere. Ti racconta delle sue attraversate in barca a vela attorno al globo, della sua prossima meta: le isole Galapagos e poi da li' verso gli arcipelaghi asiatici... una cervecita in compagnia e poi ritorna alla sua casa galleggiante.
Nel mentre Howlet trascorre il tempo spaparanzato sulla sedia a cantare a scuarciagola e a chiedermi (4 ore prima) cosa c'e' di buono per cena.
Sembra il paradiso vero?
Dopo i primi giorni mi sono rotto un po' i coglioni!
Scaduta la mia prova in Chatam era gia' tempo di ritornare verso il continente, questa volta scroccando il passaggio allo yacht OKEANOS.
Ho cosi' salutato tutti, augurandomi un giorno di rivederli, magari sempre li' nell'isola, e sono ripartito in marcia.
Orora mi trovo nella Peninsula de Osa, quel pezzo di terra verdeggiante che si trova a sud del Costa Rica, di ritorno da una vera avventura.
Qui si trova il famoso Parque Nacional del Corcovado... CORCOVADO ... solo a nominarlo si illuminano gli occhi a tutti gli amanti della natura. Certamente la piu' bella riserva tropicale del Centro America e uno dei piu' famosi parchi naturali al mondo per la sua grande concentrazione di flora e fauna.
Devo essere sincero, da queste parti ci sarei passato sicuramente, ma devo ringraziare David per i suoi preziosi consigli.
Grazie ai suoi racconti questo luogo suggestivo mi ha sempre creato grandi aspettative, fino a farmi sognare nelle notti pordenonesi di trovarmi gia' con la mia piccola tenda in mezzo alla foresta dei tropici... e dopo tanto tempo cosi' finalmente e' stato!
Ma devo dire che l'avventura ha superato le aspettative.
Come gia' preannunciato e' arrivata la stagione delle piogge e attraversare una foresta cosi' grande non e' semplice.
Sono arrivato a Puerto Jimenez con la testa bassa... dopo una giornata intera nel bus attraversando una vallata di palme e di banani si e' messo nuovamente a piovere, o meglio, a diluviare.
Il bus mi ha lasciato a una "gasolinera" e da li' o chiesto un passaggio a un furgone assieme ad altri locali. Ci siamo fermati a prendere un caffe' a un capanno per la strada e poi abbiamo atteso un nuovo bus che ci ha portato a destinazione.
A puerto Jimenez sento dire che non e' possibile attraversare il parco perche' il fiume e' troppo alto... mentre il mio umore e' sempre piu' basso.
Ad ogni modo cerco una "cabina" dove passare la notte e il giorno seguente mi muovo per raggiungere La Leona, la prima stazione ranger del parco.
Il parco e' qualcosa di incredibile: una foresta che dalle montagne scende gradualmente verso il mare, racchiudendo un mondo di ecosistemi e di habitat per le piu' svariate specie animali e vegetali.
Per attraversare tutto il parco sarebbe necessaria una settimana.
Solo per percorrere le sue infinite spiagge occorrono giornate intere... poi le cose si complicano un po' per addentrarsi nella giungla, scalare le montagne e attraversare i torrenti.
La Sirena, la seconda stazione ranger si trova nella foresta, poco distante dalla spiaggia, lungo una pista d'atterraggio per bimotori che servono a trasportare i rifornimenti per i guardiaparchi.
Finalmente arrivano buone notizie: 10 giorni fa ha piovuto molto, tanto che il fiume in piena quasi si portava via un uomo a cavallo e cosi' avevano impedito il cammino fino a Los Patos, al limite del parco... ma questa settimana le piogge sono state meno intense sulla montagna e cosi' si puo' ritornare a passare. Spetta a me la decisione di proseguire o tornare indietro.
Mi compare un sorrisone sulla bocca e il temporale notturno non mi molesta piu', anzi... non sapete quanto sia bello dormire dentro una tenda mentre la' fuori cadono enormi gocce che rimbalzano sulle foglie di questi giganti vegetali centenari.
Ogni tanto in lontananza si sente pure qualche vecchio albero cadere con un lento tonfo che fracassa tutto quello che gli sta attorno.
Il giorno dopo avanti in marcia, ma non vi dico la fatica... stremato sotto la pioggia incessante, inseguito da nuvole di zanzare, costretto ad arrampicarmi su' per pareti di fango scivoloso, in mezzo a pantano e melma e cercando il punto adatto per attraversare i fiumi... in piu' di un momento credevo di non farcela, immobile sotto la pioggia scrosciante completamente fradicio di sudore chiedendomi ...PCHE'? PCHE'?
Ma alla fine, quando quasi stavo per mollare, compare un radura e come per magia mi trovo a Los Patos.
La pioggia non molla e in quei pochi attimi che cessa si odono le scimmie urlatrici che emmettono quel terrificante grido che assomiglia piu' al ruggito di un giaguaro che al richiamo di un primate.
Almeno per la notte sono al sicuro, ma il giorno seguente mi aspetta la prova piu' difficile: un percorso che per uscire dal parco attraversa 25 volte il fiume. Nel caso le piogge delle notti precedenti l'avessero alimentato troppo avrei dovuto fare una inversione a U e ripercorrere nuovamente tutta la foresta e la spiaggia per uscire da la'.
Fortunanatamente il punto piu' alto dell'acqua mi arrivava all'ombelico e cosi' sono riuscito a lasciarmi alle spalle la giungla e far ritorno al villaggio dove ho divorato la cena come un animale... che pessima figura!
Tutto bene quel che finisce bene ne'!
Il Corcovado ha pienamente ripagato le mie aspettative... magari continuero' a sognarmelo nelle notti latino-americane.
Intanto la pioggia continua a cadere.

24 mag 2007

Emergenza a Jurassic Park.


24/05/2007 - Isla del Coco


Arrivano i primi problemi!
Parlo di una vera emergenza che sarebbe potuta finire male.
E' successo ieri notte, alle 10 circa, quando la maggior parte dei miei colleghi stava andando a letto.
Lucas, uno dei guardiaparchi che lavora qui all'isola, da un'ultima sbirciata di controllo alla baia di fronte all'ufficio.
D'un tratto balza dentro l'edificio tutto preoccupato dicendo che la' fuori c'e' qualcosa che non va, sostiene che potrebbe essere un'emergenza:
la luce di segnalazione della barca ancorata al centro della baia si trova completamente spostata a sinistra.
Ben presto scatta l'allarme e tutti gli "abitanti" dell'isola corrono alla spiaggia per comprendere cosa succede.
I primi temerari si mettono a correre al buio versa la luce e dopo 20 minuti ritornano confermando che la barca dei guardiacoste del parco si e' schiantata contro gli scogli della baia.
La corrente del mare e il forte vento devono essere riusciti a spezzare la catena che ancorava l'imbarcazione in alto mare e cosi' questa si e' liberata andando ad incagliarsi contro quelle rocce laggiu' in fondo, la bassa marea poi a fatto la sua parte, depositando lo scafo in mezzo a grossi massi che l'hanno intrappolata. Nel frattempo sta tornando l'alta marea assieme alle sue grandi onde. Bisogna fare presto!
La' prima cosa che si fa e' trasportare il gommone in mare, ma l'acqua si e' completamente ritirata lasciando dietro di se' un'enorme spiaggia di sassi e rocce.
Cosi' siamo costretti a trasportare il gommone a mano in 6 di noi, schiacciati da un'enorme peso e impegnati a trattenere il fiato per l'estenuante agonia, terminando tutti a nuotare in mare vestiti per non mollare la presa. Il gommone parte con una fune che si tentera' di legare alla barca per poi trascinare questa fuori dalle rocce.
Allo stesso tempo gli altri fanno il giro della spiaggia, nella completa oscurita', aiutandosi solo con una torcia, per raggiungere la nave a piedi, ma nel mentre l'acqua si e' alzata.
Qualcuno raggiunge la barca a nuoto e ne valuta i danni, altri tentano di smuoverla ma con scarsi o nulli risultati. L'alta marea sta' bene perche' potrebbe aiutare a disincagliare l'imbarcazione, ma allo stesso tempo le forti correnti di risacca stanno un attimo a farti sparire nel fondo del mare e nel buio della notte.
I guardiaparchi in mare vengono trascinati vorticosamente dalle correnti che si schiantano sugli scogli, altri aggrappati alla barca cercano di allungar loro una mano per trarli in salvo.
Si sentono grida e schiamazzi provenire dalla nave ma da questa posizione non si capisce esattamente quello che sta accadendo.
Sulla spiaggia e' tutto un correre fulmineo di torce e di persone che portano qualsiasi cosa possa servire per i soccorsi.
C'e' tensione e un attimo di panico.. non tutti sono preparati all'emergenza, io compreso, cosi', dopo aver dato una mano fin dove si poteva, nei momenti piu' delicati meglio mettersi in disparte per non diventare un peso!
Le manovre di soccorso durano complessivamente due ore e, nonostante qualcuno se la sia vista brutta, tutti sono sani e salvi, compresa la barca che, tutto sommato, non ha riportato grandissimi danni.
Siamo tutti esausti della sfaticata e sono propio questi i momenti in cui uno ripensa alla pubblicita' e vorrebbe tanto un "Vecchia Romagna" per assaporare il gusto pieno della vita, ma ahime' sull'isola non c'e' alchol, qualcuno si e' scolato anche l'ultima goccia del disinfettante dell'infermeria, e bisogna cosi' accontentarsi solamente di una dormita su un sudicio materasso da condividere con ragni e gechi.
Al mattino seguente si e' creata una piccola squadra per preparare il "letto" dove fissare la barca fuori uso: una lunga fila di uomini impegnati a trasportare sacchi di sabbia attraverso il fiume che sbocca nella baia.
Ora sull'isola c'e' un barca in meno che puo' pattugliare il mare.
Ad ogni modo tutto bene quel che finisce bene, del resto il Tirannosaurus Rex sta ancora nella sua gabbia e sull'isola, dopo quel brutto episodio di qualche anno fa finito male, non ci sono piu' stati black-out.

23 mag 2007

Altre FOTO?

Se cercate altre foto del viaggio le potete trovare qui:

Si buscan otras fotos del viaje aqui' las encontraran:

If you are searching for other pictures of the journey here you will find them:

http://www.flickr.com/photos/elpimpi

Link

Allego qui l'indirizzo di un bruttissimo blog che espone le peggiori foto con le peggiori facce che il genere umano abbia mai conosciuto nella sua storia...
Mi raccomando, se avete appena finito di mangiare vi consiglio vivamente di non esplorare questo blog:

http://www.fotolog.com/mrzuppa

Raccomando anche di visitare questo sito dai sapori genuini, qui troverete la musica che stavate cercando ma che non siete mai riusciti a trovare:
http://www.pitjamajusto.com/index.php

20 mag 2007

In rotta verso il paradiso.

19/05/2007 - Baia Wafer (Isla del Coco) - 0 mt.

Il titolo potrebbe anche suonare male... percio' cominciamo tutti dandoci una bella toccatina!!!!!!!!!

Incredibile ma vero: sull'Isola degli Ignoti c'e' internet, e percio' mi sfogo raccontandovi un po' di quello che succede da queste parti.
L'isola, come gia' preanunciato e' un vero incanto.
Una foresta estremamente lussureggiante che non riesce a essere contenuta dalla superficie dell'isola e percio' trasborda, facendo cadere liane, piante rampicanti, muschi, felci e quant'altro giu' dalle ripide scogliere e dalle pendenti montagne. La vegetazione lotta a tal punto che spesso alcuni alberi non riescono piu' a essere trattenuti dalla terra, perdono l'equilibrio e fanno un volo di qualche centinaio di metri giu' al mare sottostante.
L'isola puo' essere assimilata a uno scolapasta verde: dall'alto dei promontori scendono in un tuffo verticale decine di cascate... ma questo forse l'avevamo gia' detto! ... solo che lo spettacolo e' tale che non riesco a fare a meno di ripeterlo.
Ma andiamo con ordine.
Circa una decina di giorni fa sono arrivato a Puntarenas, nella penisola di Nicoya, mi sono diretto al porto da dove dovevo prendere la barca x raggiungere Cocos.
Esiste un'organizzazione convenzionata con il Parco Nazionale dell'Isola del Cocco che si occupa dell' organizzazione di tours x visitare il fondo marino della riserva. A ogni viaggio verso l'isola la Sea Hunter (cosi' si chiama questa organizzazione mezza gringa - mezza israeliana) carica su' le 2 o 3 persone che si danno il cambio x lavorare nel parco, inoltre si prende l'onere di trasportare tutti i vivere necessari alla sopravvivenza dei guardiaparchi e dei volontari dell'isola. In cambio la Sea Hunter non paga nessuna tassa per permanere sulle acque di Cocos... evidentemente il "patto" frutta molto perche' la Sea Hunter in poco piu' di 10 anni ha raddoppiato la sua flotta e ora possiede addirittura un piccolo sottomarino della capienza di 3 persone che si immerge di 100 mt per ogni 1.500 $ sborsati dal turista di turno.
Prima di partire ho dovuto firmare un centinaio di carte che esoneravano da ogni responsabilita' l'organizzazione in caso di incidente in mare... altra toccatina va' !!!
Prima di partire ho conosciuto 2 giovani fratelli americani che lavorano per la National Geographic e che effettuano un servizio sugli squali, a uno di loro ho inconsapevolmente fregato il posto sulla barca per raggiungere Cocos.
Gli ho spiegato che lavorare per la National e' uno dei miei sogni ( ... e di chi non lo sarebbe ? ), e il tizio, giustamente, mi ha risposto che lo era anche per lui.
Gli ho poi chiesto: "Senti amico, come si fa ad entrare a lavorare x la National?" (...che domanda scontata ... che domanda idiota!) e lui mi ha risposto "Lo sai fratello? ... e' molto difficile!" ( ...che risposta scontata ... che risposta idiota!).
Beh ...poi parlando un po' piu' seriamente e' uscito, come mi sono sempre immaginato, che per lavorare con la National Geographic bisogna avere i giusti contatti e trovarsi nel posto giusto al momento giusto... avere culo insomma! ... senza tralasciare il fatto ovvio che e' necessario saper tenere in mano una buona macchina fotografica.
Ad ogni modo mi sono imbarcato sullo yacht "Under Sea Hunter", una grande imbarcazione con tanto di gru e 2 motoscafi da baywatch che trasportava 15 ricconi disposti a spendere un minimo di 5.000 $ per una settimana di immersioni attorno all'Isola del Cocco.
Se non possiedi una barca "tua" questa e' anche l'unica opzione x visitare l'isola.
Sullo yacht ho trovato un'interessante libro che parla dei tesori sepolti a Cocos, riportando le fotografie delle autentiche mappe del tesoro dell'epoca... mi sono cosi' copiato gli scarabocchi sul mio quaderno sperando mi possano tornare utili.
Siamo giunti all'isola all'alba, dopo un giorno e mezzo di traversata, e lo spettacolo che ci si presentava davanti era sconvolgente: l'isola avolta da una nuvola di migliaia di gabbiani che si alzavano in volo e si buttavano in mare in picchiata x afferrare la loro colazione.
Che emozione, sono arrivato a destinazione!
La barca del parco e' venuta ad accoglierci e a caricare le provviste.
La Ranger Station si trova nella baia Wafer, che assieme alla Chatham consiste nell'unico punto della costa dove le imbarcazioni possano entrare al sicuro e gettare l'ancora senza problemi.
La baia Wafer non e' altro che una spiaggia curva sormontata da piccole montagne avvolte dalla foresta.
Mi e' stata asseganta una sudicia stanza alla casa dei volontari e' subito dopo mi sono dato da fare x svolgere qualche piccolo compito, giusto per ambientarmi.
Il lavoro non sembra essere duro e i ritmi sono abbastanza "sciolti".
I compiti variano dalla pulizia dei sentieri, alla manutenzione della piccola centrale idroelettrica, dall'aiuto in cucina ai lavoretti di manutenzione delle barche, dalla liberazione dei sedimenti nel bacino della diga al trasporto di atrezzi e strumenti vari da una baia all'altra e sulle barche, ma sembra che il mare sia il mio vero destino. Visto che ho dato prova di essere uno dei pochi a non soffrire il mal-di-mare sono spesso di pattuglia.
Alle 3:30 a.m. sveglia per uscire in barca. Si accendono i motori e via all'inseguimento dei pescatori di frodo. Il radar ci indica dove sono posizionate le barche, che senza permesso non potrebbero superare le 12 miglia che segnano il perimetro della riserva marina. Visto che di barche ce n'e' sempra qualcuna, si corre per acchiapparla. Ma pure i pescatori sono forniti di radar e quando si rendono conto che siamo sulle loro tracce mollano tutto e partono in gran fuga... una specie di caccia al topo!
La barca del parco e' una caciotta galleggiante e non riesce a stare dietro a questi maledetti pescatori. Quando ci si rende conto che i pescatori sono gia' in acque internazionali ci si ferma e visto che e' ormai uscito il sole ci si mette a cercare eventuali reti o "linee", lunghe corde di plastica agganciate alle boe e a grossi ami con le relative esche, abbandonate in mare dai pescatori.
.. e qui arriva la parte difficile del lavoro, si tratta di arrotolare super velocemente, con l'aiuto di una speciale macchina, il filo della "linea", sciogliendo dall'ancoraggio tutte le boe, gli ami e le esche.. sperando che ancora nessun grande pesce abbia deciso di attaccarci sopra i propri denti.. una mezz'ora di tensione, alimentata da El Bitcho, uno dei miei compagni di lavoro, "re loco" (completamente pazzo), che quando sale sull'imbarcazione si esalta, va in escandescenza e sembra essere posseduto, si mette a strillare, insultare e a inneggiare a tutti gli uragani del Pacifico in una specie di trance, ad ogni modo lo fa con il sorriso ed ho cominciato ad abituarmici, ma quando sei teso e ti arrivano ste boe a tutta velocita' con El Bitcho che ti strilla a pochi centimetri delle orecchie aspettando di vedere la tua reazione, non e' certo facile, stai un'attimo a beccarti una boa in piena faccia.
La tensione e' tale che dopo un po' di volte ho cominciato a ripagare i "tiri" del Bicho con la stessa moneta: quando lui parte io urlo ancora piu' forte, minacciandolo ripetutamente in modo da spaventarlo o per lo meno fargli capire che ha trovato pane per i suoi denti, pochi e storti in realta', comunque poi i sorrisi compaiono sulle bocche di entrambi, anche se fuori piove a dirotto e la barca oscilla spaventosamente sotto la forza di una tormenta.
Ho cosi' cominciato a familiarizzare con la crew dei guardiaparchi. C'e' qualcuno estremamente chiuso che non vuole saperne di aprire bocca con forestieri, altri invece risultano essere molto gentili e amichevoli. Prendi "El Tio" ad esempio, il capitano di una delle navi, pantaloncini che gli arrivano alle ginocchia, canottiera XXXXXXL che nasconde una bella panza rotonda e sporgente, berretto da baseball, due baffetti da sparviero... lui ha esordito che ha sangue italiano, genovese probabilmente, forse lontano pro-pro-pro-pronipote di Cristoforo Colombo, e percio' siamo compaesani e questo basta a giustificare i regali o i favori che a volte mi fa!
In tutto siamo circa 20 persone, tutti uomini eccetto due donne, che ovviamente sono state "parcheggiate" alla cucina o si dedicano alle pulizie.
Il Parco funziona come l'Isola dei Famosi: ogni settimana - 10 giorni qualcuno viene "nominato" e se ne deve andare, al suo posto entra la sostituzione che gli da il cambio.
L'unica differenza e che qui non ci caga nessuno e la gente non si scanna!!!
La domenica e' giornata libera e ne aprofitto per visitare l'isola o fare un po' di snorkeling.
Quando la osservo dall'alto e la vedo nella sua purezza e nel suo isolamento in mezzo al Pacifico mi sembra di stare un po' nei panni di Conan: Il ragazzo del Futuro, uno dei miei cartonianimati preferiti di quando ero piu' piccolo.
Le giornate passano incredibilmente veloci, scandite da abbondanti colazioni, pranzi, merende e cene.
Devo dire che al primo tatto mi trovo abbastanza bene.

Se qualcuno di voi volesse provare l'ebrezza di telefonarmi su una lontana isola dimenticata qui c'e' pure un telefono pubblico a cui si puo' rispondere, ma dubito lo farete poiche' a causa del fuso sara' difficile trovare l'ora opportuna per entrambi.
Qui vi lascio numeri ed orari consigliati:
Telefono alla Ranger Station: Arriba (506) 223-6066 ore: 6-7, 12:30-13.30, 17.30-19:00 (in Italia 15-16, 18:30-19:30, 01:30-3:00).
Telefono alla Casa dei Volontari: Abajo (506) 223-6077 ore: 19:00-21:00 (in Italia 3:00-5:00).
Basta che chiediate di me!

Ora vi saluto che mi sono dilungato pure troppo!
A presto.