Sfortunatamene credo di aver perso tutte le foto del Salr de Uyuni, questo è l`unico video che si è salvato.
"Gravado en la isla Incawasi"... disfruten:
1 dic 2007
29 nov 2007
19 nov 2007
Potosí
18/11/2007 - Potosí - 3967 mt
Ancora in completo stato di confusione mi trovo ora a Potosí, una delle cittá piú alte del mondo.
Inizialmente avrei voluto evitare di passare da queste parti, ma per una serie di eventi incontrollabili alla fine sono finito qui.
Potosí fu fondata nel 1546 ed é nota per essere stata la citta mineraria piú ricca del pianeta.
La stragrande maggioranza dell´argento che giungeva in Spagna veniva estratto da queste minere.
In spagnolo esiste ancora un detto, "vale un potosí" (vale una fortuna).
La ricchezza ricavata da questa terra é praticamente incalcolabile.
Gli indios che venivano deportati ai lavori forzati qui a Potosí giungevano da tutto il Sud America.
Il lavoro degli indios, sfruttato da Francisco de Toledo, provocó la morte di migliaia di persone, non solo per le condizioni estreme di lavoro ma anche per l´avvelenamento da mercurio, provocato dal contatto con il metallo delle mani e dei piedi nudi, oltre che dall´inalazione dei suoi vapori tossici.
Le condizioni lavorative al giorno d´oggi sono pressoché immutate. A causa delle precarie condizioni lavorative e della carenza di elementari misure protettive, i minatori hanno una bassissima aspettativa di vita, mediamente solo 40 anni; i decessi sono causati per lo piú da silicosi o per i crolli dei tunnel. Si stima che nei secoli di sfruttamento del lavoro indio siano morti almeno 8 milioni di uomini a causa delle frane.
Come mi spiegava Elisa tempo fa, l´idea di entrare in una di quelle gallerie con un tour organizzato dove i gringos si divertono a scherzare con la dinamite mentre sti poveri minatori ti osservano con un senso di pena, "propio non mi attirava"!
Teoricamente l´ingresso alla mina sarebbe proibito senza un permesso... ma poco mi importava di visitarla, mi bastava osservare l´imponenza del Cerro Ricco, la grande montagna traforata in lungo e in largo, dall´alto al basso, che domina la cittá da lassú.
Ho preso quindi un bus per raggiungere un possibile "mirador" ai piedi del Cerro Ricco.
Tra i tanti minatori che sono saliti a bordo, ho conosciuto Juan, un tizio mezzo boliviano-mezzo brasiliano, che essendo completamente ubriaco, non riusciva a spiegarsi bene in nessuna delle due lingue. Juan mi segue fino in cima e mi propone di seguirlo alle mine, ma io rifiuto.
L´insistenza del minatore alla fine mi mette curiositá e decido di accettare, anche se non sono completamente convinto che Juan abbia le idee tanto chiare.
Compriamo della coca e dell´alcool per fare una offerta al "Tio", la divinitá creata dai minatori stessi per ricevere protezione e fortuna nella ricerca degli innumerevoli minerali preziosi di cui la montagna é ricca.
Arriviamo in cima, dove ha sede la cooperativa dei minatori, e Juan mi presenta a tutti come suo fratello e, nonostante sia piú che evidente che io non sarei mai potuto essere suo "hermano" nemmeno per uno scherzo del destino, lui insiste e nessuno lo contraddice per non alterare il suo stato di ebrietá.
Mi scuso con tutti prima di entrare all´imboccatura del tunnel ma nessuno sembra essere veramente contrariato.
Cosí alla fine, mio malgrado, mi ritrovo ad esplorare il labirinto di cunicoli che entra nella montagna.
Alcuni scendono verso il basso per centinaia si metri, altri si spingono per migliaia attraversando tutto il Cerro Ricco.
Ogni tanto si sentono inquietanti rumori simili a frane, ma Juan mi assicura che sono solo altri minatori che lasciano cadere le pietre dentro a un profondo tunnel che porta alle rotaie... sará, ma a me sto boato mi fa sentire un pó insicuro.
Arriviamo alla cripta di "Tio" dove Juan si scola parte della bottiglia di alccol che mi ha fatto comprare per l´offerta e gliene versa qualche goccia sugli stivali.
Juan mi spiega che generalmente si lavora dalle 10 alle 14 ore lá dentro, qualcuno si fa pure 24 ore senza mai smettere, facendo a turno con i suoi compagni.
Arriviamo al termine di un tunnel dove conosco Pablo, un tizio dalla pelle scura con la faccia deformata dall´immenso bolo di coca che si sta masticando. In quel punto c´é una vena d´argento recentemente scoperta e lui si batte con tutte le sue forze per demolire la roccia delle pareti che mi danno l´impressione non resisteranno ancora per molto tempo.
Dopo aver scambiato una breve conversazione con Pablo, gli regalo quello che mi resta delle foglie di coca e gli auguro di tutto cuore "mucha, mucha, mucha suerte".
Mi vergogno un pó a stare lí a guardarlo, neanche fosse un´attrattiva turistica, e glielo commento, ma lui mi dice di non preoccuparmi... per alcuni non esiste la possibilitá di sciegliersi la professione, se nasci da queste parti senza un soldo in tasca quella é l´unica possibilitá ammessa per sopravvivere... ad ogni modo né Pablo né Juan si lamentano tanto del loro lavoro, nonostante Juan mi assicuri che la media annuale di morti sul lavoro nelle miniere di Potosí sia di 148 persone... non so come possa avere dati tanto precisi alla mano, soprattutto considerando la sua mancanza completa di luciditá, ma gli dico che gli credo.
Usciamo dal tunnel e ci salutiamo, ringrazio Juan di avermi concesso l´opportunitá di conoscere questa realtá ma lui ringrazia me per averlo seguito all´interno dei cunicoli.
Fuori piove e dalla montagna scorrono torrenti di fango rosso, mescolato a ogni tipo di rifiuto e di polvere di metallo prezioso.
Prima di salire sul bus giá colmo di minatori che fanno ritorno in cittá osservo per l´ultima volta il "Cerro Ricco", una imponente montagna che ha decisamente segnato la storia di Potosí, della Bolivia e del mondo intero.
Ancora in completo stato di confusione mi trovo ora a Potosí, una delle cittá piú alte del mondo.
Inizialmente avrei voluto evitare di passare da queste parti, ma per una serie di eventi incontrollabili alla fine sono finito qui.
Potosí fu fondata nel 1546 ed é nota per essere stata la citta mineraria piú ricca del pianeta.
La stragrande maggioranza dell´argento che giungeva in Spagna veniva estratto da queste minere.
In spagnolo esiste ancora un detto, "vale un potosí" (vale una fortuna).
La ricchezza ricavata da questa terra é praticamente incalcolabile.
Gli indios che venivano deportati ai lavori forzati qui a Potosí giungevano da tutto il Sud America.
Il lavoro degli indios, sfruttato da Francisco de Toledo, provocó la morte di migliaia di persone, non solo per le condizioni estreme di lavoro ma anche per l´avvelenamento da mercurio, provocato dal contatto con il metallo delle mani e dei piedi nudi, oltre che dall´inalazione dei suoi vapori tossici.
Le condizioni lavorative al giorno d´oggi sono pressoché immutate. A causa delle precarie condizioni lavorative e della carenza di elementari misure protettive, i minatori hanno una bassissima aspettativa di vita, mediamente solo 40 anni; i decessi sono causati per lo piú da silicosi o per i crolli dei tunnel. Si stima che nei secoli di sfruttamento del lavoro indio siano morti almeno 8 milioni di uomini a causa delle frane.
Come mi spiegava Elisa tempo fa, l´idea di entrare in una di quelle gallerie con un tour organizzato dove i gringos si divertono a scherzare con la dinamite mentre sti poveri minatori ti osservano con un senso di pena, "propio non mi attirava"!
Teoricamente l´ingresso alla mina sarebbe proibito senza un permesso... ma poco mi importava di visitarla, mi bastava osservare l´imponenza del Cerro Ricco, la grande montagna traforata in lungo e in largo, dall´alto al basso, che domina la cittá da lassú.
Ho preso quindi un bus per raggiungere un possibile "mirador" ai piedi del Cerro Ricco.
Tra i tanti minatori che sono saliti a bordo, ho conosciuto Juan, un tizio mezzo boliviano-mezzo brasiliano, che essendo completamente ubriaco, non riusciva a spiegarsi bene in nessuna delle due lingue. Juan mi segue fino in cima e mi propone di seguirlo alle mine, ma io rifiuto.
L´insistenza del minatore alla fine mi mette curiositá e decido di accettare, anche se non sono completamente convinto che Juan abbia le idee tanto chiare.
Compriamo della coca e dell´alcool per fare una offerta al "Tio", la divinitá creata dai minatori stessi per ricevere protezione e fortuna nella ricerca degli innumerevoli minerali preziosi di cui la montagna é ricca.
Arriviamo in cima, dove ha sede la cooperativa dei minatori, e Juan mi presenta a tutti come suo fratello e, nonostante sia piú che evidente che io non sarei mai potuto essere suo "hermano" nemmeno per uno scherzo del destino, lui insiste e nessuno lo contraddice per non alterare il suo stato di ebrietá.
Mi scuso con tutti prima di entrare all´imboccatura del tunnel ma nessuno sembra essere veramente contrariato.
Cosí alla fine, mio malgrado, mi ritrovo ad esplorare il labirinto di cunicoli che entra nella montagna.
Alcuni scendono verso il basso per centinaia si metri, altri si spingono per migliaia attraversando tutto il Cerro Ricco.
Ogni tanto si sentono inquietanti rumori simili a frane, ma Juan mi assicura che sono solo altri minatori che lasciano cadere le pietre dentro a un profondo tunnel che porta alle rotaie... sará, ma a me sto boato mi fa sentire un pó insicuro.
Arriviamo alla cripta di "Tio" dove Juan si scola parte della bottiglia di alccol che mi ha fatto comprare per l´offerta e gliene versa qualche goccia sugli stivali.
Juan mi spiega che generalmente si lavora dalle 10 alle 14 ore lá dentro, qualcuno si fa pure 24 ore senza mai smettere, facendo a turno con i suoi compagni.
Arriviamo al termine di un tunnel dove conosco Pablo, un tizio dalla pelle scura con la faccia deformata dall´immenso bolo di coca che si sta masticando. In quel punto c´é una vena d´argento recentemente scoperta e lui si batte con tutte le sue forze per demolire la roccia delle pareti che mi danno l´impressione non resisteranno ancora per molto tempo.
Dopo aver scambiato una breve conversazione con Pablo, gli regalo quello che mi resta delle foglie di coca e gli auguro di tutto cuore "mucha, mucha, mucha suerte".
Mi vergogno un pó a stare lí a guardarlo, neanche fosse un´attrattiva turistica, e glielo commento, ma lui mi dice di non preoccuparmi... per alcuni non esiste la possibilitá di sciegliersi la professione, se nasci da queste parti senza un soldo in tasca quella é l´unica possibilitá ammessa per sopravvivere... ad ogni modo né Pablo né Juan si lamentano tanto del loro lavoro, nonostante Juan mi assicuri che la media annuale di morti sul lavoro nelle miniere di Potosí sia di 148 persone... non so come possa avere dati tanto precisi alla mano, soprattutto considerando la sua mancanza completa di luciditá, ma gli dico che gli credo.
Usciamo dal tunnel e ci salutiamo, ringrazio Juan di avermi concesso l´opportunitá di conoscere questa realtá ma lui ringrazia me per averlo seguito all´interno dei cunicoli.
Fuori piove e dalla montagna scorrono torrenti di fango rosso, mescolato a ogni tipo di rifiuto e di polvere di metallo prezioso.
Prima di salire sul bus giá colmo di minatori che fanno ritorno in cittá osservo per l´ultima volta il "Cerro Ricco", una imponente montagna che ha decisamente segnato la storia di Potosí, della Bolivia e del mondo intero.
"LE ROTAIE DELLA MORTE"
Con milioni di km quadrati d`ombra in tutta l`Amazzonia, Santo Ribeira morì nel modo più idiota: si addormentò sotto un Hippomane, una delle poche piante al mondo capaci di ammazzare un uomo. La luce filtrata dalle foglie si scompone in raggi che colpiscono le cellule facendole impazzire. santo Ribeira fu trovato morto, gonfio all`inverosimile; se n`era andato inmeno di un`ora. Ad ogni modo quest`uomo era stato condannato a morte da una ferrovia che gli aveva segnato la vita... una ferrovia cheancora prima di essere creata aveva già cominciato a mietere vittime.
Le prime furono i fratelli Labr, che facevano i cappellai a Manaus. Vennero a sapere per caso, nel 1869, che nel cuore dell`Amazzonia, lungo il Rio Madeira, si cercavano uomini per la costruzione della "estrada de ferro". Stanchi del loro mestiere e della bruta aria che tirava a Manaus per gli sporchi affari del cauciù, accettarono la sfida.
Risalirono in canoa il fiume in compagnia di uno starno giovane, Santo Ribeira.
Una notte i 3 si addormentarono lungo la riva del fiume.
santo non si accorse di nulla ma al suo risveglio trovò 2 cadaveri decapitati. I Labra si erano addormenati con i loro coltelli ben in vista sulla cintura, il ragazzo con il fucile in mano.
Gli indios lo risparmiarono solo perchè non avevano mai visto prima un`arma da fuoco.
Molti anni più tardi Ribeira avrebbe visto, appesa alla capanna di una famiglia "shuar", una testa ridotta a pocopiù di una mela e vi avrebbe riconosciuto uno dei fratelli Labra.
Quando il ragzzo giunse a santo Antonio, la società "Madeira-Mamorè Railway" aveva da poco ottenuto la concessione per la costruzione di 364 km di rotaie lungo il corso dei due fiumi.
Santo Ribeira, che non era uno stupido, capì immediatamente che quella ferrovia non sarebbe mai stata copletata.
Lui era stato assunto soloperchè aveva tutti i denti ed era uno dei pochi a conoscere bene la zona del Madeira.
Lui aveva accettato solo per dare una lezione a Don Mario Alvarez, un boliviano che aveva costruito un impero nell`Acre e con il quale aveva un conto in sospeso da tempo per una vecchia offesa ricevuta per strada, che Alvarez nemmeno ricordava più, ma che Santo, al contrario, aveva ben impresso nella sua memoria e che ora era diventata la ragione della sua vendetta.
Alvarez, già allora ricco sfondato, aveva investito quasi tutto il suopatrimonio in azioni della "Public Work Construction", la compagnia a cui eran stati appaltati i lavori della ferrovia.
Per ribeira fu un gioco da ragazzi fomentare una rivolta nel cantiere, sempre restando nell`ombra.
nel 1873 il cantiere fu abbandonato senza che fosse stata posata neppure una rotaia.
Le azioni della "Public Work Construction" crollarono e Alvarez ci rimise le penne.
Cinque anni più tardi intervvennero gli ingegneri americani, convinti di essere gli unici al mondo capaci di voncere contro la natura.
Entrarono così in scena i fratelli Collins e santo Ribeira si aggregò a loro come caposquadra.
Il primo carico, costituito da 500 tonnellate di binari, 200 tonnellate di materiale vario e 80 uomini, giunse a bordo del Metropolis, una vecchia carretta inadatta a navigare nelle acque insidiose del Madeira, e finì così sul fondo del fiume.
Un bell`inizio al quale seguirono incidenti a catena, in parte provocati volutamente dal giovane Ribeira, in parte provocati dalla cocciutaggine degli americani.
Rifiutarono gli indios perchè selvaggi e i brasiliani perchè pelandroni. Si affiddarono allora a operai italiani e indù che alle prime difficoltà presero la via della foresta, ma dalla parte sbagliata, finendo così ancora più internamente nel labirinto verde, verso un destino impossibile da conoscere. Indios, malattie, animali feroci, fame... c`era solo da scegliere come morire. I primi 6 km di rotaie restarono fermi per parecchi anni ad aspettare, e alla fine neppure gli americani ce la fecero.
Thomas Collins inviò un disperato messaggio verso gli USA: "Impossibile proseguire - Provvedere immediatamente". A cui seguì una immediata risposta: "Abbandonare tutto!!!"... con il conseguente fallimento della società.
La signora Collins impazzì e fu ricoverata in una clinica per malattie mentali dalla quale non sarebbe mai più uscita.
Con questo bagaglio di maledizioni e sfortune nel 1903 l`impresa entrò nel trattato di Petropolis fra brasile e Bolivia: il territorio tra la riva nord del rio Abunâ e quello ovest del rio Madeira venne ceduto al Brasile in cambio della costruzione della linea santo Antonio e Gaujarà-Mirim.
In questo modo la Bolivia avrebbe avuto finalmente un passaggio che dalla rete fluviale l`avrebbe collegata all`Atlantico. La costruzione della Madeira-mamorè, già ribattezzata "Mad Madeira", era ormai diventata un obbligo politico..
Ancora una voltail futuro della ferrovia fu affidato ad un americano, il sig. Farquhar, che rilevò l`appalto dei lavori.
Ribeira, ovviamente, funominato caposquadra. Iniziarono i lavori e il 1908 fu conosciuto come l`anno dello sterminio: la baracca di legno che faceva da ospedale presto non bastò più a contenere tutti i malati. Se ne aggiunsero in breve tempo altre 4, usando le traversine dei binari per la loro costruzione. In un solo giorno furono ricoverati 25 uomini di nazionalità diverse con 39 tipi di malattie. Scoppiò l`ennesima ribellione: i pochi ancora in salute fuggirono, chi verso Porto Velho, dove li aspettavano gli agenti armati della compagnia, chi verso la foresta, dove li aspettavano le frecce degli indios, chi verso manaus con mezzi di fortuna. Iniziò così una nuova campagna di reclutamento che prometteva paghe triple.
Per la società i costi crebbero a dismisura. in un soo anno la spesa triplicò, ma Farquhar era ostinato e sulla "Mad Madeira" aveva ormai giocato il suo avvenire. Decise di proseguire a qualunque prezzo. Nel 1909 vennero posati nella giungla i primi 50 km di binari fra incredibili difficoltà. Tra i lavoratori il sesso era divenatta un`idea fissa: chi cercava di soddisfarlo nell`unica casa di tolleranza di santo Antonio se ne tornava, di norma, con una malattia in più tanto che i dirigenti decisero unbel giorno di proibire l`ingresso al bordello facendolo presidiare da uomini armati.
i piu si rifugiavano nel whisky oppure cercavano disperatamente di estrarre droghe dalle piante della foresta.
Nel 1910 venne inauguarat la stazione di jaci-Paranà, al chilometro 90.
Farquhar e i suoi in qualche modo ce l`avevano fatta!
Restavano però ancora 274 km da coprire in zone impervie.
Tra il 1910 e il 1912 vennero posati km su km di binari, gettando ponti precari e non badando troppo alla natura del terreno... l`importante era arrivare!
Verso la metà del 1912 gli operai posero l`ultima traversina: la Madeira-Mamorè poteva dirsi completata! La foresta era stata sconfitta.
Questo almeno credevano loro. La foresta in realtà si rimangiò tutto. Tra enormi difficoltà la linea dovette essere difesa dall`aggressione dell verde e del terreno. Farquhar non riuscì mai a rifarsi delle spese e fallì come era destino. Si scoprì da lì a poco che la ferrovia non serviva a niente e a nessuno, visto che nel frattempo la Bolivia aveva trovato altre strade per i suoi commerci e il mercato del cauchù brasiliano stava per collassare. La madeira- Mamorè finì per collegare il nulla al nulla.
La foresta si era ripresa tutto ciò che gli uomini avevano cercato di imporle: binari, stazioni, locomotive e incluso le vite.
Mai si saprà in quanti morirono per la "Mad Madeira", ma le cifre ufficiose parlano di 6200 vittime. la leggenda vuole che siano molte di più, un cadavere per ogni traversina.
La foresta ne risparmiò soltanto uno, affinchè potesse raccontare, ma poi alla fine chiuse il conto anche con lui.
Le prime furono i fratelli Labr, che facevano i cappellai a Manaus. Vennero a sapere per caso, nel 1869, che nel cuore dell`Amazzonia, lungo il Rio Madeira, si cercavano uomini per la costruzione della "estrada de ferro". Stanchi del loro mestiere e della bruta aria che tirava a Manaus per gli sporchi affari del cauciù, accettarono la sfida.
Risalirono in canoa il fiume in compagnia di uno starno giovane, Santo Ribeira.
Una notte i 3 si addormentarono lungo la riva del fiume.
santo non si accorse di nulla ma al suo risveglio trovò 2 cadaveri decapitati. I Labra si erano addormenati con i loro coltelli ben in vista sulla cintura, il ragazzo con il fucile in mano.
Gli indios lo risparmiarono solo perchè non avevano mai visto prima un`arma da fuoco.
Molti anni più tardi Ribeira avrebbe visto, appesa alla capanna di una famiglia "shuar", una testa ridotta a pocopiù di una mela e vi avrebbe riconosciuto uno dei fratelli Labra.
Quando il ragzzo giunse a santo Antonio, la società "Madeira-Mamorè Railway" aveva da poco ottenuto la concessione per la costruzione di 364 km di rotaie lungo il corso dei due fiumi.
Santo Ribeira, che non era uno stupido, capì immediatamente che quella ferrovia non sarebbe mai stata copletata.
Lui era stato assunto soloperchè aveva tutti i denti ed era uno dei pochi a conoscere bene la zona del Madeira.
Lui aveva accettato solo per dare una lezione a Don Mario Alvarez, un boliviano che aveva costruito un impero nell`Acre e con il quale aveva un conto in sospeso da tempo per una vecchia offesa ricevuta per strada, che Alvarez nemmeno ricordava più, ma che Santo, al contrario, aveva ben impresso nella sua memoria e che ora era diventata la ragione della sua vendetta.
Alvarez, già allora ricco sfondato, aveva investito quasi tutto il suopatrimonio in azioni della "Public Work Construction", la compagnia a cui eran stati appaltati i lavori della ferrovia.
Per ribeira fu un gioco da ragazzi fomentare una rivolta nel cantiere, sempre restando nell`ombra.
nel 1873 il cantiere fu abbandonato senza che fosse stata posata neppure una rotaia.
Le azioni della "Public Work Construction" crollarono e Alvarez ci rimise le penne.
Cinque anni più tardi intervvennero gli ingegneri americani, convinti di essere gli unici al mondo capaci di voncere contro la natura.
Entrarono così in scena i fratelli Collins e santo Ribeira si aggregò a loro come caposquadra.
Il primo carico, costituito da 500 tonnellate di binari, 200 tonnellate di materiale vario e 80 uomini, giunse a bordo del Metropolis, una vecchia carretta inadatta a navigare nelle acque insidiose del Madeira, e finì così sul fondo del fiume.
Un bell`inizio al quale seguirono incidenti a catena, in parte provocati volutamente dal giovane Ribeira, in parte provocati dalla cocciutaggine degli americani.
Rifiutarono gli indios perchè selvaggi e i brasiliani perchè pelandroni. Si affiddarono allora a operai italiani e indù che alle prime difficoltà presero la via della foresta, ma dalla parte sbagliata, finendo così ancora più internamente nel labirinto verde, verso un destino impossibile da conoscere. Indios, malattie, animali feroci, fame... c`era solo da scegliere come morire. I primi 6 km di rotaie restarono fermi per parecchi anni ad aspettare, e alla fine neppure gli americani ce la fecero.
Thomas Collins inviò un disperato messaggio verso gli USA: "Impossibile proseguire - Provvedere immediatamente". A cui seguì una immediata risposta: "Abbandonare tutto!!!"... con il conseguente fallimento della società.
La signora Collins impazzì e fu ricoverata in una clinica per malattie mentali dalla quale non sarebbe mai più uscita.
Con questo bagaglio di maledizioni e sfortune nel 1903 l`impresa entrò nel trattato di Petropolis fra brasile e Bolivia: il territorio tra la riva nord del rio Abunâ e quello ovest del rio Madeira venne ceduto al Brasile in cambio della costruzione della linea santo Antonio e Gaujarà-Mirim.
In questo modo la Bolivia avrebbe avuto finalmente un passaggio che dalla rete fluviale l`avrebbe collegata all`Atlantico. La costruzione della Madeira-mamorè, già ribattezzata "Mad Madeira", era ormai diventata un obbligo politico..
Ancora una voltail futuro della ferrovia fu affidato ad un americano, il sig. Farquhar, che rilevò l`appalto dei lavori.
Ribeira, ovviamente, funominato caposquadra. Iniziarono i lavori e il 1908 fu conosciuto come l`anno dello sterminio: la baracca di legno che faceva da ospedale presto non bastò più a contenere tutti i malati. Se ne aggiunsero in breve tempo altre 4, usando le traversine dei binari per la loro costruzione. In un solo giorno furono ricoverati 25 uomini di nazionalità diverse con 39 tipi di malattie. Scoppiò l`ennesima ribellione: i pochi ancora in salute fuggirono, chi verso Porto Velho, dove li aspettavano gli agenti armati della compagnia, chi verso la foresta, dove li aspettavano le frecce degli indios, chi verso manaus con mezzi di fortuna. Iniziò così una nuova campagna di reclutamento che prometteva paghe triple.
Per la società i costi crebbero a dismisura. in un soo anno la spesa triplicò, ma Farquhar era ostinato e sulla "Mad Madeira" aveva ormai giocato il suo avvenire. Decise di proseguire a qualunque prezzo. Nel 1909 vennero posati nella giungla i primi 50 km di binari fra incredibili difficoltà. Tra i lavoratori il sesso era divenatta un`idea fissa: chi cercava di soddisfarlo nell`unica casa di tolleranza di santo Antonio se ne tornava, di norma, con una malattia in più tanto che i dirigenti decisero unbel giorno di proibire l`ingresso al bordello facendolo presidiare da uomini armati.
i piu si rifugiavano nel whisky oppure cercavano disperatamente di estrarre droghe dalle piante della foresta.
Nel 1910 venne inauguarat la stazione di jaci-Paranà, al chilometro 90.
Farquhar e i suoi in qualche modo ce l`avevano fatta!
Restavano però ancora 274 km da coprire in zone impervie.
Tra il 1910 e il 1912 vennero posati km su km di binari, gettando ponti precari e non badando troppo alla natura del terreno... l`importante era arrivare!
Verso la metà del 1912 gli operai posero l`ultima traversina: la Madeira-Mamorè poteva dirsi completata! La foresta era stata sconfitta.
Questo almeno credevano loro. La foresta in realtà si rimangiò tutto. Tra enormi difficoltà la linea dovette essere difesa dall`aggressione dell verde e del terreno. Farquhar non riuscì mai a rifarsi delle spese e fallì come era destino. Si scoprì da lì a poco che la ferrovia non serviva a niente e a nessuno, visto che nel frattempo la Bolivia aveva trovato altre strade per i suoi commerci e il mercato del cauchù brasiliano stava per collassare. La madeira- Mamorè finì per collegare il nulla al nulla.
La foresta si era ripresa tutto ciò che gli uomini avevano cercato di imporle: binari, stazioni, locomotive e incluso le vite.
Mai si saprà in quanti morirono per la "Mad Madeira", ma le cifre ufficiose parlano di 6200 vittime. la leggenda vuole che siano molte di più, un cadavere per ogni traversina.
La foresta ne risparmiò soltanto uno, affinchè potesse raccontare, ma poi alla fine chiuse il conto anche con lui.
18 nov 2007
Il popolo andino
17/11/2007 - La Paz ( Bolivia ) - 3662 mt
Difficile da spiegare questa sensazione....Ho lasciato il Brasile, una terra di cui mi sono innamorato ma dove ho sentito anche forti attriti, al limite tra forte attrazione e una certa repulsione!Nel momento in cui ho lasciato le estese terre paludose del Mato Grosso per varcare il confine della Bolivia mi sono sentito subito a casa, come se entrassi in una terra che conosco da tempo e che mi è amica e vicina... si, dev`essere l`atmosfera del popolo andino!
Queste minuscole persone che si muovono tutte di fretta con i loro grossi cappelli e le loro lunghe trecce legate sulla schiena... scendendo dalle montagne, portando al pascolo le loro greggi o caricando larghe tovaglie piene di patate e cipolle.
Un popolo pieno di umiltà e sempre con il sorriso in bocca.
Vivono sulle pendici delle montagne dove coltivano qualche povero ortaggio, lavorano tutto il giorno masticando a lungo un grosso bolo di coca, trascorrono le notti alla luce di un fuoco che serve anche a scaldarli dalle gelide notti.... questo è il popolo andino!
Da Santa Cruz mi sono diretto verso Cochabamba, attraversando una interminabile strada che risaliva le Ande orientali ricoperte dalla selva... un labirinto insidioso di giungla e banchi di nebbia...il luogo stesso dove è terminata l`avventura ed è iniziata la leggenda di un certo Ernesto Guevara. Propio laggiù è stato catturato, dopo mesi di inseguimenti senza esito, ma alla fine quelle montagne tanto inacessibili sono diventate la sua trappola mortale.
Quest`anno è, guardacaso, anche l`anniversario della sua morte... durante il viaggio ho conosciuto due antropologi peruviani che, parlando della storia del Che, mi hanno generosamente fatto dono di una t-shirt che rappresenta con orgoglio il suo volto.
I due amici mi hanno anche fatto dono delle loro conoscenze in campo storico per quanto riguarda alcuni misteri degli Inca, dello strano intreccio di cunicoli che giace sotto la fortezza di Saqsahuaman, che secondo alcuni possono portare fino alla porta de "El Dorado", e della scoperta di una nuova e sorprendente Machu Picchu, ancora più grande e affascinante di quella già popolare, e .... sapete che i misteri e le leggende mi intrigano!!!
Il paesaggio attraverso il finestrino del bus è mutato, passando da una fitta selva fino alle Ande più brulle. A Cochabamba ho fatto visita a un grazioso ecovillaggio dove ho avuto modo di conoscere Enrique, con cui ho trascorso l`intera notte di fronte al fuoco parlando della possibilità di poter andare a dare lezioni di Permacultura ai futuri studenti della sua comunità. Poi è stata la volta del Lago Titicaka. Nonostante ci fossi già stato, sentivo la necessità di tornare a visitare quel meraviglioso e gigantesco lago, dalle gelide acque, che giace a 4000 mt d`altezza, circondato dall Cordillera Real, con i suoi picchi perennemente innevati.
Che splendore!!!
Ho fatto un salto sulla "Isla del Sol", dove la leggenda vuole sia nato Inti, il mitico Dio inca del sole. Dall`isola si gode di uno dei tramonti più belli che questo pianeta possa conoscere e la notte e come stare dentro una caverna tapezzata di diamanti che luccicano, un mare di stelle brillanti a 360 gradi... Wohhhh !!! Sapevo che questa volta non potevo mancare alla visita del tempio del sole, dove ho fatto un piccolo rito con l`aiuto del S. Pedro per potermi avvicinare a Inti.
Questa volta il dio di turno mi ha ascoltato e ha subito soddisfatto le mie richieste.... addirittura in tempo record! Ci voleva propio! Ho quindi lasciato la bellissima isola al centro del lago per raggiungere La Paz, la capitale della Bolivia. Come confermavi tu Toddy e`una città che va assolutamente vista: migliaia di casupole di mattoni rossi che si arrampicano su per i piedi dei monti che circondano questa vasta vallata su cui è sorta la caotica metropoli.
Da qui è iniziata la totale confusione, per una svariata rassegna di ragioni che non vi sto ora a spiegare... sta di fatto che il viaggio è proseguito senza un vero piano... diciamo che mi sono abbandonato al corso degli eventi.
Ho preso il primo microbus che mi portava fuori città e dopo 3 ore mi sono ritrovato a Coroico, un grazioso paesino raggiunto da una lunga strada tristemente conosciuta con il nome di "carretera de la muerte" oppure come "la carretera màs peligrosa del mundo"... che fantasia sti boliviani!!!
In realtà ne ho conosciute e sperimentate di più brutte di strade, come ad esempio in Perù o in Ecuador, ad ogni modo la mala fama di questo cammino è dovuta soprattutto al fatto che spesso era percorso di notte da camionisti o autisti di bus ubriachi che distratti o mezzi addormentati finivano nel fondo del burrone a lato dell`unica corsia percorribile.
Il vecchio percorso che porta a Coroico ha infatti la più alta statistica di morte accidentale su strada, lo testimoniano tutte le croci di legno che perimetrano il sentiero.
La strada attraversa le montagne di giungla passando sotto piccole cascate che rendono ancora più complicato il cammino.
Oggi, per il bene di tutti, è stata costruita una nuova strada che giunge fino a Coroico, anche se è geologicamente più instabile e ben presto franerà completamente come dimostrano le crepe sui costoni di roccia che sormontano questo "gioiello" architettonico.
Chi vuole può comunque tentare il passo attraverso il vecchio cammino, come ho fatto io con l'ausilio di una vecchia jeep guidata da Felix, un taxista di Coroico.
Al termine della gitarella mi ha lasciato al bivio di una strada che si addentra nell`Amazonia boliviana... era già notte ed ho aspettato che fosse il caso a decidere la direzione da prendere: La Paz o Rurenabaque?
Il primo mezzo a passare per lo svincolo è stato un vecchio camion volvo che caricava qualche campesino di ritorno dalla capitale, mi sono così caricato a bordo ed ho proseguito il viaggio all`interno del cassone posteriore del camion in direzione Rurenabaque, osservando una splendida luna nascosta dietro alle sagome della foresta, sdraiato su scomodissimi sacchi di patate... in realtà questa cittadina amazzonica non l`ho mai raggiunta, perchè avvolto ancora una volta dalla confusione e dalla stanchezza degli innumerevoli cambi di mezzo, ci ho ripensato.... sta di fatto che ora mi ritrovo nuovamente nella capitale, di nuovo in marcia verso sud!
Chi vuole può comunque tentare il passo attraverso il vecchio cammino, come ho fatto io con l'ausilio di una vecchia jeep guidata da Felix, un taxista di Coroico.
Al termine della gitarella mi ha lasciato al bivio di una strada che si addentra nell`Amazonia boliviana... era già notte ed ho aspettato che fosse il caso a decidere la direzione da prendere: La Paz o Rurenabaque?
Il primo mezzo a passare per lo svincolo è stato un vecchio camion volvo che caricava qualche campesino di ritorno dalla capitale, mi sono così caricato a bordo ed ho proseguito il viaggio all`interno del cassone posteriore del camion in direzione Rurenabaque, osservando una splendida luna nascosta dietro alle sagome della foresta, sdraiato su scomodissimi sacchi di patate... in realtà questa cittadina amazzonica non l`ho mai raggiunta, perchè avvolto ancora una volta dalla confusione e dalla stanchezza degli innumerevoli cambi di mezzo, ci ho ripensato.... sta di fatto che ora mi ritrovo nuovamente nella capitale, di nuovo in marcia verso sud!
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